HANDMADE | L’ARTE INCONTRA IL FOOD

2018 evento

a cura di Valerio Dehò | da un’idea di Simona e Stefania Guerra

Otto in Cucina ospita la mostra di Mirella Ferrari e Marco Dalbosco

in occasione di Art Week Bologna
progetto selezionato e inserito nel Circuito SetUp+ Contemporary Art Fair 2018

Inaugurazione 2 febbraio 2018 | dal 3 al 5 febbraio

Evento artistico a più mani che spazia tra stili e concetti differenti ma con affinità elettive tutte da scoprire. Una scuola di cucina ha aperto le porte a Mirella Ferrari, con le sue opere di carta in paper pulp e paper cut e le più recenti installazioni, vere e proprie incursioni nel tessuto e in altri materiali, e a Marco Dalbosco con i suoi libri d’artista, le opere di carta, i video, le performance e le installazioni presentate in tutta Europa. L’incontro prima tra due artisti e poi con lo staff, gli chef ed i collaboratori di Otto in Cucina in un’occasione perfetta come è quella di Art Week Bologna 2018. La mostra protagonista della serata in armonica sinergia con suoni, profumi e sapori ispirati da vera passione e da una grande ricerca d’innovazione. Sempre nel rispetto della tradizione e della costante aspirazione alla massima qualità. In occasione dell’evento: Flavoured Sounds, scenografia sonora ideata per Otto in Cucina da Paola Samoggia.

Due artisti con altrettanti percorsi ben collaudati e che hanno espresso poetiche differenti, ma che sono accomunati da un totalizzante piacere di “fare”, di esprimersi con la propria arte che è un progetto di grande rigore sempre supportato da una grande manualità. Mirella Ferrari e Marco Dalbosco hanno esperienza per saper creare un evento di qualità e di ricerca estetica, all’interno di uno spazio non deputato all’arte come i locali di Otto in Cucina, scuola del food tra le più conosciute e apprezzate non solo a Bologna.

Mirella Ferrari lavora sul tema dell’intaglio, adoperando materiali che vanno dalla paper pulp alle stoffe, compone spettacolari sequenze di “merletti” delle più diverse forme. L’artista realizza, con un lavoro straordinario e sempre al limite dell’ossessivo, oggetti, spesso legati al tema dell’abito e del vestire, che sono delle sculture leggere e aeree. Il rapporto vuoto-pieno tende alla smaterializzazione, ma il richiamo forte va a quella che può essere definita una “decorazione formante”, un minimalismo visivo che nasce da una gestualità ripetuta. La manualità è fondamentale e si attua attraverso un mantra costruttivo, con sapienza e attenzione, in un progetto che poggia su di un durissimo lavoro di realizzazione.

Marco Dalbosco lavora soprattutto per progetti come “Anything else” del 2011 in cui ha realizzato una straordinaria performance con attrici-modelle che hanno “sfilato” su un palcoscenico, seguendo le linee della macchina da cucire e di una serie di tessuti. Anche precedentemente, nel 2008, con “Scala 1:18” aveva sondato l’ambiente del lavoro e della produzione. Il fare per Dalbosco è fondamento antropologico, base per un modo nuovo di leggere la realtà al di là dell’alienazione della fabbrica. Il libro d’artista “Labor’s game” del 2015 è formato da una griglia di carta incisa secondo gli schemi geometrici delle performance dei due lavori precedenti che svelano e nascondono nello stesso tempo, una serie di interviste realizzate in un Job Center. Per l’artista la difficoltà di trovare lavoro attuale è fonte di ansia collettiva e di disparità che perpetuano il potere dell’industria e dello sfruttamento economico.

HANDMADE diventa così non solo l’incontro tra due artisti di grande spessore e personalità, ma anche una riflessione sul tema del lavoro, sul rapporto tra industria e artigianato e tra individuo e società.

Negli ultimi trent’anni abbiamo avuto molte profezie sul futuro che ci attende e che per molti è già cominciato. Abbiamo sentito parlare di “società liquida” o addirittura “gassosa” nel senso di una frammentarietà degli eventi caratterizzata da un loro fluire continuo, incessante, rapidissimo. Eppure in questa totale mancanza di centro da parte di categorie classiche come l’etica o la morale, gli artisti hanno spesso avvertito la necessità di trovare un punto di equilibrio nel presente tra quello che l’arte ha sempre significato e una società in perpetuo mutamento come l’attuale.

Mirella Ferrari e Marco Dalbosco sono due artisti con altrettante storie personali ben collaudate e che hanno saputo esprimere poetiche differenti. Ma nello stesso tempo sono accomunati da un totalizzante piacere di fare, di esprimersi attraverso un’arte che è un progetto di estremo rigore e sempre supportato da una grande manualità. Il terreno d’incontro è quindi quello della loro scelta di far venire fuori l’elemento umano e il punto di vista morale sulle cose.

Mirella Ferrari lavora sul tema dell’intaglio, adoperando materiali che vanno dalla carta alle stoffe, alla polpa di cellulosa, compone spettacolari sequenze di “merletti” nelle più diverse forme e dimensioni anche ambientali. Un cut off che porta a realizzare delle trame visive che sono anche poesie in cui i ritmi di vuoto e pieno si alternano con sapienza ed eleganza, tendendo ai limiti della smaterializzazione. La sua può essere definita una “decorazione formante”, un  minimalismo visivo che nasce da una gestualità ripetuta fino all’ossessione.
Questa è una caratteristica fondamentale del lavoro di Mirella Ferrari, perché il tagliare e il creare dei vuoti sono fondati sulla ripetitività che però non è mai meccanica, ma è quasi una coazione a ripetere in chiave creativa.

Le opere che realizza Mirella Ferrari, talvolta evocano forme legate ai vestiti femminili e possono apparire come passamanerie aggredite dal tempo. Sono sculture leggere e aeree, che suggeriscono un’idea di fragilità, perfettamente raccolte e presentate nella mostra “Kind of White” del 2013. La manualità è certamente un tratto distintivo e si attua attraverso un mantra costruttivo, con sapienza e attenzione, in un progetto che è basato su di un durissimo lavoro di
realizzazione, su di un’etica del lavoro rigorosa.

Marco Dalbosco opera negli interstizi della comunicazione sociale, affrontando temi importanti e ponendo sempre alla base il valore antropologico e sociale del lavoro. L’arte per lui è il rivelatore delle mancanze di una società volutamente disattenta e veloce nel dimenticare, è il luogo di amplificazione dei conflitti e anche di presa di coscienza critica della realtà. Nel 2008 con “Scala 1:18” aveva sondato l’ambiente del lavoro e della produzione industriale.

Il fare per Marco Dalbosco è fondamento di una pratica che unisce la gente comune agli artisti, base per un modo diverso di leggere la realtà al di là dell’alienazione della fabbrica. Con “Anything Else” del 2011 ha realizzato una straordinaria performance con attrici-modelle che hanno “sfilato” su di un
palcoscenico, seguendo le linee della trama e dell’ordito di una serie di tessuti. Così ha messo a nudo il mondo del fashion riducendo l’apparenza alla logica costitutiva dei tessuti con cui si creano gli abiti.

Nel 2015 Marco Dalbosco ha realizzato Il libro d’artista “Labor’s Game”, formato da una griglia di carta incisa secondo gli schemi geometrici delle performance dei due lavori precedenti che svelano e coprono, nello stesso tempo, una serie di interviste realizzate in un Job Center a dei giovani in cerca di lavoro. Per l’artista la necessità di trovare un’occupazione resta una priorità esistenziale per qualsiasi individuo e che può diventare strumento di potere da parte dell’industria e dell’economia. Fare, lavorare: parole chiave per interpretare un presente disseminato tra passato e futuro.

Scarica il catalogo